Rilievi
Il passaggio importante per il progetto di restauro del frantoio ipogeo di Melpignano riguarda la documentazione grafica, difficile da realizzare mediante tecniche tradizionali come il rilievo geometrico.
Nel caso dell’ipogeo di Melpignano è stata condotta una campagna di rilievo metrico basata sull’uso combinato delle tecniche di scansione laser e fotogrammetria digitale, allo scopo di ottenere modelli con diversi livelli di dettaglio dello stesso spazio tridimensionale [10,11,12].
Sono state effettuate complessivamente 47 scansioni utilizzando una Leica P20 ScanStation, con due diverse impostazioni su una cupola di scansione con raggio di 10 m.
La prima impostazione era destinata al rilievo degli spazi esterni circostanti il trappeto:
- spaziatura: 6,3 mm;
- qualità: 3;
- tempo: 06:46.
La seconda, a maggiore risoluzione, era destinata all’acquisizione degli ambienti sotterranei:
- spaziatura: 3,1 mm;
- qualità: 3;
- tempo: 13:30.
Successivamente è stato eseguito l’allineamento manuale mediante il software Leica Cyclone (v. 8.1.1).
La nuvola di punti finale, composta da 660 milioni di punti, è stata esportata in formato .pts — con una dimensione di 10 GB — e importata, dopo una decimazione del 50%, in Geomagic Studio 2003.
Qui è stata elaborata per il calcolo della mesh poligonale, composta da 18 milioni di poligoni, quindi salvata in formato .obj.
Il rilievo fotogrammetrico tridimensionale dell’ipogeo è stato eseguito con una fotocamera Sony Alpha 7R III, dotata di obiettivo Canon da 24 mm.
A causa della scarsa luminosità dell’ambiente, è stato necessario utilizzare un treppiede per ridurre la velocità dell’otturatore, impiegando faretti LED per ottenere un’illuminazione diffusa e con poche ombre.
Sono state acquisite 915 fotografie, successivamente elaborate con Agisoft Metashape Pro®.
Il modello finale, scalato e orientato, è composto da 24 milioni di poligoni e da 6 texture da 4096 × 4096 pixel.
Entrambi i modelli digitali sono stati importati e sovrapposti in un ambiente digitale per la realizzazione della documentazione grafica, il calcolo volumetrico del materiale roccioso asportato — pari a circa 550 m³ — e la definizione delle fasi costruttive (Fig. 5–6).
L’analisi visiva ravvicinata delle superfici interne, combinata con la visione complessiva dei duplicati digitali 3D, ha permesso di comprendere che il trappeto nacque attraverso il riutilizzo di una grande cisterna a forma di campana, probabilmente non più funzionale.
La base circolare in muratura sulla quale ruotava la macina era collocata alla base della cisterna originaria, mentre il perno verticale che fungeva da asse di rotazione era inserito nella parte superiore, all’interno di un grande arco ribassato, successivamente demolito.
Questa demolizione è deducibile dai primi blocchi laterali, ancora visibili su entrambi i lati.
La simulazione 3D, realizzata nell’ambiente Maxon C4D R21 mediante tecniche di modellazione manuale e con il supporto del motore di rendering V-Ray 5 [13,14,15], ha permesso di comprendere come questa prima configurazione consentisse uno spazio adeguato soltanto alla macina più piccola presente nel frantoio.
La ricostruzione del profilo inferiore dell’arco restituisce infatti un’altezza di circa 2 m dal piano di calpestio, sufficiente a garantire la rotazione di una macina del diametro di 1,25 m (Fig. 7).
Interessante è anche la soluzione tecnico-costruttiva adottata per la volta a botte ribassata situata sopra l’antica cisterna d’acqua, forse realizzata in seguito al crollo della cupola stessa e di parte della parete occidentale.
A differenza del fronte orientale, dove il banco roccioso è integro e offre una solida base di appoggio per la volta, quello occidentale presenta un’evidente lacuna a forma di “V”.
Al di sotto di essa si trova un’apertura verso un vano di deposito, sormontata da un architrave litico.
Sopra l’architrave sono presenti cinque archi di scarico, progressivamente aggettanti e di larghezza crescente.
Essi sostengono il lato occidentale della volta, convogliandone le spinte verso i lati rocciosi della grande lacuna e salvaguardando l’integrità dell’architrave e dell’ambiente sottostante.
In una terza fase, la macina più piccola venne sostituita con una più grande, del diametro di 1,84 m.
Questa modifica comportò la demolizione dell’arco, troppo basso per la nuova macina, e l’installazione di una grande trave lignea a una quota più elevata.
Non si può escludere che il potenziamento dell’attività di molitura sia coinciso con la modernizzazione tecnologica del sistema di spremitura delle olive, databile alla seconda metà del XVIII secolo.
In quel periodo venne aggiunta la pressa “genovese”, molto più efficiente sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo.



